La sindrome di Wimbledon
Galvanizzato da qualche match tennistico ammirato in televisione, ero ansioso di tornare a calcare la terra rossa e rispolverare la mia proverbiale tecnica. Il tempo di recuperare un socio e di prenotare un campo per il giorno seguente, e via a recuperare la vecchia racchetta, stipata sopra l'armadio tra acari e ragnatele.
L'indomani, finalmente, il trionfale ingresso in campo.
I primi scambi, un'autentico scempio dal punto di vista atletico/balistico, venivano comunque poco considerati in quanto rientravano nella cosiddetta fase di pre-riscaldamento. Il problema è che questa fase si protraeva ad oltranza, e la pallina sembrava proprio non volerne sapere di seguire la magiche traiettorie da me auspicate.
Dopo circa tre quarti d'ora cominciavo ad accontentarmi di mantenere quantomeno la pallina in campo, ma anche questa pretesa si rivelava assai ardita, così ricorrevo tatticamente ad indicare l'attrezzatura a disposizione come unica colpevole della mia tragica performance.
Grazie a Dio, l'ora giungeva al termine e, scoprendo di aver passato più tempo a raccogliere palline che a giocare, la mia autostima tornava decisamente ad livello più consono.

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